Valutazione dell’impatto dei dazi statunitensi
Pubblicato il 07/02/2025 - Capital International Management Company SARLSETTORE COMMERCIALE
Con i discorsi sui dazi e sulle guerre commerciali che dominano le prime pagine, è importante che gli investitori si fermino, prendano fiato e valutino gli eventi in una prospettiva a lungo termine. Quali sono gli impatti effettivi e duraturi dei dazi sugli Stati Uniti e su altri Paesi? Avranno la meglio su altri fattori che trainano la crescita della più grande economia al mondo? E cosa succederà dopo?
Tre professionisti di Capital Group che monitorano la politica commerciale esprimono le loro opinioni al riguardo.
L’economia di Benjamin Button prosegue
Jared Franz, economista
Gli annunci sui dazi e i successivi accordi per rinviarli non cambiano la mia visione complessivamente positiva sulle prospettive dell’economia USA. L’aumento dei dazi fa parte del mio scenario di base da un po’ di tempo, anche prima della vittoria elettorale di Donald Trump a novembre. Le barriere commerciali sono notevolmente aumentate dalla fine della crisi finanziaria globale del 2009, sia sotto Trump che Biden. Quindi la situazione era prevedibile già da diversi anni.
I dazi iniziali contro Canada e Messico sono risultati più alti di quanto mi aspettassi, ma sono stati rinviati di almeno un mese e potrebbero essere ridotti o addirittura scomparire. Al contrario, i dazi contro la Cina sono inferiori rispetto a quanto da me previsto. Non è ancora chiaro quali saranno le aliquote effettive, a quali merci si applicheranno e quando o se saranno applicati. A mio avviso, Trump teme maggiormente la reazione del mercato azionario che quella del mercato obbligazionario USA. Questo potrebbe frenare la sua tendenza a imporre barriere commerciali paralizzanti per lunghi periodi di tempo.
Tenendo presente questo, confermo la mia valutazione ottimistica. Mi aspetto che l’economia statunitense continui a crescere notevolmente nel 2025, con una incremento del PIL di circa il 3%. Come ho spiegato alla fine dell’anno scorso, credo che lo sviluppo del ciclo economico USA stia avvenendo al contrario, passando da una fase di fine ciclo a una di metà ciclo, caratterizzata da un aumento degli utili aziendali, dall’accelerazione della domanda di credito e da una politica monetaria generalmente neutrale. Cosa più importante, non vedo una recessione all’orizzonte.
Tutti i discorsi sui dazi di questa settimana non modificano questa mia valutazione positiva.
Barriere commerciali: i dazi statunitensi sono aumentati notevolmente negli ultimi anni
Fonti: Capital Group, Bureau of Economic Analysis, Federal Reserve Bank of St. Louis. Al 31 dicembre 2024.
Cosa succede ora?
Tom Cooney, consulente politico internazionale, e Tryggvi Gudmundsson, economista
Per capire cosa succederà in futuro, è importante individuare il motivo alla base dell’imposizione dei dazi. Se Trump li sta usando come tattica di negoziazione, come è accaduto durante il suo primo mandato e più di recente con le minacce di dazi alla Colombia, potremmo assistere a negoziati che rinviino ulteriormente, evitino o riducano questi dazi, come già successo con Canada e Messico.
Nell’ambito di questi negoziati, sembra probabile che la revisione del patto commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada (USMCA) prevista per il 2026 possa essere anticipata in modo da ridurre l’incertezza commerciale in Nord America. Secondo il nostro scenario di base il patto sarà mantenuto, ma con modifiche sostanziali che avallino un nuovo livello di dazi statunitensi, restrizioni agli investimenti cinesi in Messico, ulteriore inasprimento delle norme che disciplinano l’origine delle merci nel settore automobilistico, rafforzamento della sicurezza alle frontiere o impegno da parte del Messico ad attaccare e indebolire i cartelli della droga.
Per contro, è molto meno probabile che questi dazi vengano definitivamente accantonati o ridotti in modo significativo se la motivazione è quella di creare entrate per finanziare tagli fiscali o ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti (anche se il Canada ha un deficit commerciale con gli Stati Uniti, escluso il petrolio). In questo caso, i dazi potrebbero aumentare in seguito alle reazioni dei Paesi, per poi diminuire al raggiungimento di accordi. Ad esempio, il processo di negoziazione e attuazione dei dazi con la Cina nel 2018 e 2019 ha comportato il rinvio delle scadenze e la considerazione di esclusioni.
Se misure come quelle annunciate il 1° febbraio dovessero entrare in vigore, probabilmente avrebbero un impatto maggiore sul Messico e sul Canada che non sugli Stati Uniti o sulla Cina. Gli Stati Uniti rappresentano circa l’80% delle esportazioni messicane e canadesi, mentre Messico e Canada rappresentano ciascuno circa il 15% delle importazioni statunitensi. Inoltre, la maggior parte degli scambi commerciali all’interno dell’USMCA viene effettuata in dollari, il che riduce al minimo la capacità del dollaro canadese e del peso messicano di fungere da meccanismi di aggiustamento.
Detto questo, gli Stati Uniti dipendono molto da importazioni specifiche, tra cui i prodotti per ortoflorovivaismo provenienti dal Messico e l’energia dal Canada. Quest’ultimo non solo rappresenta quasi il 20% dell’approvvigionamento petrolifero statunitense e più della metà delle importazioni totali di petrolio degli Stati Uniti, ma è anche una fonte a basso prezzo per gli importatori statunitensi, data l’infrastruttura di raffinazione.
La modellizzazione dell’impatto dei dazi si basa in gran parte su varie ipotesi, ma la storia economica suggerisce che sia i consumatori che le aziende ne risentirebbero negativamente.
Come nel caso della precedente amministrazione Trump, la situazione si sta evolvendo rapidamente ed è difficile prevederne l’esito. Non è chiaro per quanto tempo queste misure rimarranno in vigore, anche se attuate. Sembra tuttavia probabile che nei prossimi anni i dazi vengano aumentati. Quelli annunciati il 1° febbraio rappresentano la prima mossa; nelle prossime settimane dovrebbe essere fatta maggiore chiarezza sulla politica a lungo termine.
Per maggiori informazioni consulta il sito di Capital Group.
Jared Franz è un economista con 19 anni di esperienza nel campo degli investimenti (al 31/12/2024). Ha conseguito un dottorato in economia presso l’Università dell’Illinois a Chicago e una laurea in matematica presso la Northwestern University.
Tom Cooney è consulente di politica internazionale con 31 anni di esperienza in affari esteri (al 31/12/2024). Ha conseguito un master in affari internazionali presso la University of South Carolina e una laurea in comunicazione presso la Cornell University.
Tryggvi Gudmundsson è un economista con 16 anni di esperienza nel campo degli investimenti (al 31/12/2024). Ha conseguito un dottorato in economia presso la London School of Economics and Political Science, un master e una laurea di primo livello in economia presso la University of Iceland.
